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Giuliana Matarrese

Giuliana Matarrese, fashion editor, ha collaborato con nomi illustri dell'editoria di moda (e non solo), da Vogue ad Icon. Abbiamo parlato con lei per approfondire varie tematiche legate, più o meno direttamente, al fashion system.

foto e foto cover di Martina Mammola

1. Un profilo passato rimanda alle tue origini, alla laurea in Lingue e Letterature Straniere, all'amore per la letteratura in generale. Considerato il tutto, c'è stato un momento specifico nel quale hai deciso di dedicarti al giornalismo di moda?

- L'amore per la moda c'è sempre stato. Fin da piccola collezionavo Vogue, cui guardavo come "una bibbia assoluta della moda". Poi sono arrivata a Milano con l'obiettivo di lavorare nel settore, pur non avendo ancora le idee del tutto chiare. Quando sostenni il primo colloquio per Glamour ricordo che Edoardo Marchiori, il vice caporedattore e stylist, mi chiese cosa volessi fare; la mia risposta fu che ero lì proprio per scoprirlo. Evidentemente lo colpii e fui assunta. Le cose divennero in seguito più chiare mettendomi alla prova con attività diverse.

2. Sei giovane ma hai già collaborato con testate storiche - una su tutte Vogue Italia - e con magazine che giocano un ruolo da outsiders, come Pizza Magazine di Andrea Batilla. Come si conciliano le diverse attività, le sfilate con contenuti sperimentali per un pubblico di nicchia?

- È difficile conciliare le cose per una questione di tempo. Le riviste o progetti del panorama alternativo non hanno dietro strutture/case editrici che le supportino. Si tratta di collaborazioni che spesso si portano avanti gratis, talmente è forte la voglia di scrivere su aspetti della moda che non siano sfilate, eventi, collezioni. Dietro rubriche come "Fashion Leftlovers" e contenuti, a primo impatto, molto leggeri c'è un "pensiero" che richiede tempo e impegno. L'ideale è però questo, conciliare articoli istituzionali per i "mostri sacri" con progetti sperimentali. L'ultima mia collaborazione è stata con la rivista C.a.p. 74024 diretta da Antonio Moscogiuri, che tratta dell'erotismo nella fotografia, con in più articoli, editoriali e altro ancora. Un progetto nel quale hanno creduto marchi come Prada e Trussardi, ad esempio per monografici ambientati a Milano. Antonio mi aveva chiesto, ricordandosi del lavoro fatto insieme a L'Uomo Vogue, di scrivere esulando dalle mie attività abituali, intervistando pittori e artisti; l'ho fatto volentieri!

3. Ad oggi scrivi per Icon e sembri preferire, dagli inizi, la moda-uomo: prima le recensioni dei défilés maschili, poi icone del menswear e tanto altro. Si può fare giornalismo di moda e proporre contenuti di un certo tipo ad un cliente storicamente più ostico come l'uomo?

- Riscontro, in questo senso, una maggiore attenzione rispetto a 5/6 anni fa. Oltre ad essere tornata in auge la moda maschile, sono riemerse l'alta sartoria, il "fatto su misura" e contenuti di qualità a scapito di argomenti più deboli. Questi si possono proporre (forse) alle donne, che quando aprono l'armadio hanno a disposizione un'infinità di scelte. Bisogna invece fare attenzione quando si scrive per il pubblico maschile, il cui guardaroba è fatto di pochissimi pezzi, perlopiù di grande qualità. Quando mi approccio alla moda uomo cerco di far passare non solo contenuti fashion o trend, ma trasmettere anche riferimenti storiografici oppure musicali. L'uomo non vuole dizionari tecnici, cerca spunti e articoli leggeri. Allo stesso tempo, essendo estremamente esigente, coglie subito ciò che non va. Me ne rendo conto ancora di più su Icon, che ha un target diverso da quello di L'Uomo Vogue: non fashionisti ma persone a cui piace lo stile a 360 gradi, interessati alle automobili come al cinema. Non si può proporre loro suggerimenti fashion, come la tendenza-pijama alla Owen Wilson in Valentino. Gli uomini odierni sono certamente curiosi, vogliosi di informarsi, di approfondire, ma solo partendo da articoli qualitativamente validi.

4. Secondo te, ricollegandosi magari ai capisaldi del guardaroba, come si definisce lo stile e l'eleganza dell'uomo?

- "L'uomo elegante è quello di cui non noti il vestito", diceva giustamente Cary Grant. Eleganza e stile sono concetti difficili da definire con precisione, direttamente collegati alla personalità: posso consigliarti un abito sartoriale, una cravatta regimental, pantaloni perfetti, ma se non li senti tuoi non risulterai mai elegante. Il modo di vestire risulta convincente se riflette la persona che si è realmente. Come scrisse Flaccavento lo stile rispecchia "il film che hai visto, i libri che hai letto, i viaggi che hai fatto"; solo partendo da ciò si può essere eleganti, seppure in modo non convenzionale. Parlando di capisaldi non deve mancare il completo su misura, quello declinato nel motivo micro-check per il giorno, la classica scarpa a costruzione "Goodyear" e un modello Derby. Tenendo a mente che, se non sei elegante dentro, non potrai mai esserlo fuori.

5. Seguendo il tuo lavoro negli anni si nota un approccio ironico alla scrittura. È davvero una chiave di volta quella dell'ironia? Cosa rappresenta per te?

- L'ironia è fondamentale in ogni aspetto della vita. In verità ho capito negli anni che poteva essere la mia peculiarità, un qualcosa che desse autorialità agli articoli facendo la differenza nel mio stile di scrittura. Batilla mi ha spinto a incentivarla. Da Pizza l'inizio è stato all'insegna di articoli "canonici", poi ho potuto mostrare uno stile maggiormente mio. Specie quando sei giovanissimo e ti approcci alla scrittura, non pensi di poter mettere dentro tutta la personalità, i tuoi veri pensieri nei pezzi. Andrea invece mi ha dato fiducia in questo senso, anche perché siamo molto simili, lui è anzi addirittura più caustico. Nella moda c'è la tendenza a sentirsi medici che operano a cuore aperto, a prendersi tremendamente sul serio. I medici però sono altri, gli addetti ai lavori dovrebbero sdrammatizzare. Già siamo "odiati" o comunque non visti di buon occhio per via dei soliti cliché, accusati di esser privi di contenuti, di darci troppa importanza, ecc. La mia "missione" è quella di renderci più simpatici e normali.

6. Sembri avere stima per i colleghi che hanno sempre puntato sullo stile personale, sul guardare in modo realmente critico a sfilate e non; un nome su tutti: Cathy Horyn, celeberrima, spietata autrice del "The New York Times". Si può seguirne le orme e riflettere in modo ampio su tutto ciò che è moda?

- Sarebbe bello, ma non tutti hanno dietro la realtà del NYT, che ti permette di esprimere liberamente il tuo pensiero, senza l'intervento del marchio che si sente criticato e fa leva sulle inserzioni. Conosco tanti giornalisti dalle capacità critiche notevolissime che, lavorando per testate istituzionali, devono tener conto delle dinamiche pubblicitarie. Puoi scrivere diversamente con riviste e progetti indipendenti che, rapportandosi poco con l'advertising, concedono massima libertà. Credo sia un peccato il trovarsi in questo stato, spero che le cose cambino ma ne dubito. Andrea Batilla una volta mi ha detto "sei la nostra Cathy Horyn", un complimento che mi ha quasi commosso!

7. Quali sono i tuoi modelli di riferimento nel giornalismo, non necessariamente legati al fashion? Ammiri o cerchi di ispirarti a qualche collega?

- Ispirarmi no, sarebbe poco rispettoso nei confronti del mio stile, che può piacere o meno, però me lo tengo stretto. Essendo una persona abbastanza umile, non guarderei mai così in alto da puntare ad emulare autori eccelsi. Guardando al passato lo scrittore che più mi ha influenzato, e continua a farlo, è Pier Vittorio Tondelli. Tra i colleghi che stimo impossibile non citare Angelo Flaccavento e Michele Masneri, freelance che collabora con "Il Foglio" e altre testate; nel suo stile riconosco un'ironia di fondo, efficace e pungente. L'ho scoperto grazie ad un articolo magistrale su Miuccia Prada, una sorta di monografico che ho amato all'istante! Adesso lo seguo ovunque, ha uno stile di scrittura pazzesco, estremamente piacevole e divertente, uno dei migliori giornalisti a livello nazionale.

8. Oggi attraverso i social network, il blogging, Tumblr, chiunque può esprimersi su qualunque argomento. La moda ha guardato a tutto ciò con estremo interesse. Il moltiplicarsi degli attori legati al fashion apporta davvero una ventata di freschezza, di novità, di qualità?

- La democratizzazione del web ha i suoi pro e contro. Nel caso della moda, ha portato tanti illustri giornalisti ad essere seduti alle sfilate vicino a ragazzi con un terzo dei loro anni, a prendere coscienza del fatto che c'era altro. Riguardo il livello qualitativo apportato negli anni dai fashion bloggers, o meglio influencers, non riuscirei a fare nomi. Dopo la scrematura pazzesca che c'è stata in tal senso, pochissimi si dedicano ancora ai rispettivi blog. In Italia si può citare solo Chiara Ferragni, arrivata col tempo a guadagni astronomici. Lei si è mossa in maniera intelligente: capendo che andavano arricchiti notevolmente i contenuti editoriali del blog, si è rivolta a professionisti della comunicazione. Nonostante "The Blonde Salad" sia un caso isolato, un'eccezione, tanti marchi credono ancora nelle potenzialità degli infuencers e investono di conseguenza, ma non so quanti di loro possano garantire un riscontro effettivo al brand di turno.

9. Nonostante tu sia attiva su Facebook, lasci trapelare poco sia dal punto di vista professionale che personale. Come ti rapporti ai vari social?

- Tendenzialmente non sono per nulla social. Scrivendo di moda è però fondamentale essere presente su certi canali e condividere il mio lavoro. Nonostante i dubbi lo faccio spesso, soprattutto perché credo molto nel progetto di Icon. Non ho tuttavia un account Twitter né blog personali, sono "solo" su Facebook ed Instagram. Gli articoli fashion che condivido su FB cerco, comunque, di farli passare in chiave ironica; in fondo a tanti miei contatti non importa granché dei cappotti must, quindi o li proponi in un certo modo, associandoli ad altri contenuti, o non ha senso. Cerco di rispettare sempre quella che sono, anche nello sforzo di propormi come più social di quanto sia in realtà.

10. Si assiste da tempo a continui cambi ai vertici creativi delle griffe, basti vedere i casi di Raf Simons ed Alber Elbaz. Una tua opinione a riguardo? Questi continui giri di valzer sono positivi o meno?

- A mio parere siamo in una fase di assestamento, iniziata quando John Galliano fu licenziato da Dior. Al di là delle motivazioni ufficiali, fu il primo segnale d'allarme, di come non fosse più possibile occuparsi di 18 collezioni l'anno. Una cosa disumana, che sconvolgerebbe persone "stabili", figuriamoci certi creativi e designer. Galliano è uscito di scena a modo suo, con teatralità. Raf Simons, con la solita calma ed eleganza, dopo aver affermato che aveva bisogno di tempo per pensare ad una collezione e non avendone più causa le innumerevoli linee da disegnare, ha preferito ritirarsi. Se da un lato c'è l'inevitabile ricambio generazionale, come per Balenciaga o Gucci, dall'altro si stanno ridefinendo ritmi, tempistiche, produzione. Ci si interroga sull'opportunità di continuare a sfornare 10 collezioni l'anno. Alla fine è un discorso meramente economico, bisogna valutare se, ad esempio, le resort diano i loro ricavi. Se LVMH e Kering ritengono proficuo lanciare una collezione ogni tre mesi, non saprei dirlo. Personalmente non vado mai alle sfilate resort, non le guardo neanche.

11. Sembra tramontata l'epoca degli stilisti accentratori, legati a vita ai marchi omonimi. Bisogna fare l'abitudine a incessanti cambi di guardia stilistici oppure si prospetta un ritorno alla stabilità, a condizioni meno precarie, a ritmi più sostenibili?

- Credo che, passato questo periodo di cambiamento, nel momento in cui verranno definite le posizioni da certi marchi, potremmo avere maggiori sicurezze per i prossimi anni. Magari gli eventi mi smentiranno, ma penso che le stesse maison non siano interessate a stravolgere gli uffici stile ogni tre stagioni; se un direttore creativo vende e fa bene è del tutto naturale che rimanga al suo posto per lungo tempo. Com'è stato nel caso di Simons per Jil Sander, com'è adesso per Gucci, dove Michele spero rimarrà in carica per molto tempo; sta completamente cambiando la donna e l'uomo di riferimento, l'universo di riferimento, in pratica tutto. Quando si procede con cambiamenti in qualche modo epocali, non li si fa per portarli avanti due stagioni, ma per vedere risultati a lungo tempo, per dare stabilità.

12. Come sta cambiando la figura del fashion editor in relazione ai mutamenti drastici in atto nell'editoria?

- La chiave di lettura di questo specifico mestiere, che sta cambiando, è essere trasversali. Andranno a scomparire figure come le penne storiche dei quotidiani, oggi saldamente al loro posto in ufficio, con determinati stipendi, responsabilità e autorità. Quando certi giornalisti usciranno di scena, è impossibile pensare che vengano rimpiazzati. Le stesse "firme" di cui parliamo stanno cambiando il loro modus operandi: quando scrivi per il web, ben diverso dal cartaceo, e quando anche quest'ultimo deve operare in funzione del web, devi muoverti in maniera diversa. Partendo dalle parole-chiave, legate alle ricerche di Google, bisogna essere più sintetici e incisivi. Questo non vuol dire rinunciare alla qualità, solo adattarsi al cambiamento. Oggi il mezzo prediletto da tutti è il web, perché viene letto da un pubblico eterogeneo che va dall'adolescente al professionista. Si dovrebbe propendere alla semplicità senza risultare semplicistici, limare i contenuti, non renderli troppo pesanti. Proporre, in definitiva, articoli digeribili che non siano banali. Siamo in un periodo di radicali cambiamenti, che ci pone di fronte a grosse sfide, ma si tratta di una cosa positiva. Porterà magari a una scrematura, a distinguere chi ha sempre fatto il giornalista in una certa maniera, con privilegi e da una posizione di favore, da chi invece vuol fare questo lavoro con passione, impegno e mettendosi continuamente in discussione.

13. Ti sei sempre mossa in direzioni parallele ma diverse, passando da recensioni di sfilate alle analisi approfondite su figure del sistema-moda. C'è una categoria, un tipo particolare di approccio al giornalismo e di contenuto che prediligi?

- Mi piace tantissimo il lavoro che posso fare per Pizza, ovvero riflettere in un certo modo sui grandi cambiamenti in atto nella moda e spiegarli anche a chi è al di fuori di certe dinamiche. Riguardo le recensioni delle sfilate, dipende dalla sfilata stessa: un conto è la review di Raf Simons, un conto è lo scrivere dettagliatamente di Hedi Slimane; in quest'ultimo caso penso mi licenzierebbero all'istante! La cosa che preferisco in assoluto è mettere insieme le mie passioni al di fuori del fashion (musica, lettura, cinema), inglobarle nella moda. Ad esempio con l'ultimo numero di Icon, curando la parte-moda iniziale, siamo partiti dal fatto che a breve uscirà un film sui "Clash" per andare poi a rintracciare le linee-guida del loro stile nelle collezioni, nelle sfilate, ecc. In fondo la moda è un unicuum, che influenza e viene influenzata di continuo da musica, spettacolo, arte. Mi interessa soprattutto mettere insieme tutto ciò.

14. Evitiamo magari ogni riferimento a Hedi Slimane, che ammiro moltissimo, ma da quanto ho capito non ti è particolarmente simpatico, anzi!

- A dir la verità ho amato Slimane nel lungo periodo da Dior Homme, compreso il famoso completo skinny; in questo va riconosciuto che ha "inventato" una determinata tipologia di uomo. Poi ho seguito il suo lavoro fotografico, che aveva delle icone di riferimento: Kurt Cobain, Courtney Love, la scena grunge anni '90. Tutto bello e accattivante se trasposto nella fotografia, ma applicarlo all'universo di Saint Laurent, un mondo caleidoscopico, ricco di innumerevoli riferimenti, e ridurlo alla celebrazione delle rockstar, a ragazzine ribelli in minidress e boots... Non ha molto senso. Slimane ha raggiunto una tale maturità stilistica che dovrebbero dargli un marchio suo: quando sei così maturo e consapevole, non riesci a trovare dei compromessi tra il tuo stile, la tua impronta e l'heritage, immenso, di una maison come Saint Laurent. Questo a livello idealistico, poi sta vendendo tantissimo da SLP e lo terranno a vita.

15. Quindi nonostante varie iniziative di Slimane come rieditare l'Haute Couture, non vedi punti di contatto tra lui e YSL. Davvero sono due figure distanti anni luce ed ha senso parlare esclusivamente di "Saint Laurent by Hedi Slimane"?

- Ci sono punti in comune, consistono essenzialmente nel richiamare l'immaginario della rockstar, cosa che Yves Saint Laurent ha fatto benissimo con i musicisti anni '70 e Slimane ha trasposto nella sua decade di riferimento, gli anni '90. Forse è meglio parlare di unico punto di contatto, che in quanto unico viene ribadito a iosa, da una sfilata all'altra, tanto che risultano tutte identiche. Yves Saint Laurent è stato tanto altro, dal Tuxedo all'orientalismo alla Sahariana. Elementi che Slimane non sta minimamente valorizzando, pur godendo della massima libertà creativa. Riguardo il ripristinare l'alta moda va ricordato che Yves, dopo aver lavorato con Dior per vestire le principesse, dopo essersi dedicato alla vera couture, chiuse il capitolo alta moda anni fa; era consapevole che finito lui, sarebbe finita la couture stessa. Da idealista quale sono riportare in vita l'Haute Couture per YSL mi sembra una mancanza di rispetto. Senza contare che l'alta moda di Slimane sarà per i "soliti noti": non abiti su misura da vendere alla principessa che li nota e ordina, ma vestiti speciali per amici ed icone alla Cara Delevingne. Che senso ha fare couture a queste condizioni?

16. LICHT si è soffermato spesso sul Genderless. Il nome più gettonato è ora quello di Alessandro Michele, ma penso anche ai designer di Hood by Air e KTZ. Un tua pensiero in merito: corsi e ricorsi o siamo di fronte a una svolta epocale?

- Penso che il Genderless parta da una concetto molto affascinante e di gran interesse, quello di inclusione, per tutte le persone che non si sentivano rappresentate dai confini di genere nel vestire. La moda oggi sembra dire che è del tutto plausibile il fatto che un uomo vesta in modo femminile e viceversa. Già Saint Laurent aveva fatto molto con "Le Smoking". Si riprende dunque il concetto di uomo che, in un certo senso, perde la virilità per indossare le camicie con gorgiera di Gucci. Il Genderless in se è assolutamente positivo, un fenomeno anche sociale che va di pari passo con la maggiore fluidità dei generi. Il mio timore è che il tutto si riduca a un trend: svariate celebrities si definiscono non appartenenti, non catalogabili con alcun genere o, come Lily-Rose Depp, "sessualmente fluide" (a 14 anni)! C'è dunque il rischio che venga messo in ombra il fenomeno sociale in se, meritevole di ben altre, approfondite analisi. La moda ha intuito il potenziale, la novità e li porta avanti. Se poi mi si chiede se è da promuovere in toto l'estetica dell'uomo Gucci by Michele, l'abolizione di ogni barriera, le sfilate senza distinzioni tra uomo e donna, non credo sia tutto così entusiasmante. Funziona in passerella, nell'advertising, un universo wesandersoniano assolutamente affascinante e particolare. Fatico però a immaginare un uomo in strada che indossa la camicia in seta con gorgiera e il mocassino con inserti in canguro. Da persona anche pratica quale sono, temo che fenomeni di questo tipo possano trascendere facilmente dall'universo ideale nel quale vengono concepiti al "fenomeno da baraccone". Una piega che prendono spessissimo certe tematiche quando filtrate dai protagonisti della moda.

Marco Marini

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