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10 100 1000 giorni di fashion week

E’ incredibile come e quanto mi sia mancata la Gran Bretagna.

Sono partita il giorno dopo aver pianto a dirotto per aver visto il film “Amy”, il docu film sulla vita di Amy Winehouse, mancavo a Londra da più di 6 anni, forse 7, il mio primo pensiero è subito stato: ”Come sarà cambiata Londra in tutti questi anni?” perché viversi una metropoli a vent’anni è una cosa... tornarci a trenta in viaggio di lavoro per una fashion week è tutt’altra.

Chiudere la valigia sotto i venti chili è stato fattibile, so che il problema è sempre al ritorno, quando magicamente i vestiti sporchi pesano come un senso di colpa e anche il più piccolo dei ricordini è troppo ingombrante per trovare un posto su quell’aereo che ti riporterà a casa.

E’ stato fattibile anche partire alle 7 di mattina da Roma Fiumicino dopo essere stata fino alle 10 di sera a fare scelte nello showroom di Anne, designer di “Andro”, brand che mi ha gentilmente vestito di giacche e borse durante la fashion week e non contenta anche  al compleanno di un’amica, perché non potevo partire se non dopo averle fatto gli auguri.

Dopo aver riposato un paio d’ore, sono partita lasciando una Roma addormentata, senza traffico, nessun rumore fino all’arrivo in aeroporto, la piccola città di frontiera che non dorme mai, tutto andava come previsto. Superata la trafila di imbarco bagagli e controlli di sicurezza mi ritrovavo al mio posto sull’aereo, elettrizzata all’idea di stare per tornare finalmente in Inghilterra.

E di colpo eccomi lì, oltremanica, circondata da sonorità anglofone e file diligentemente rispettate, finalmente potevo provare a me stessa che guardare serie tv in lingua originale è d’aiuto quando non parli spesso una lingua straniera nella vita di tutti i giorni.

Tutto aveva il gusto e lo stupore di una prima volta, anche se non lo era, se non per il motivo per cui ero lì; ho sempre viaggiato tantissimo ma l’idea di quello che mi aspettava rendeva tutto così nuovo ed ovattato che era una meraviglia farsi cullare da quelle sensazioni e incredibile era pensare come un’esperienza possa cambiare la percezione di quello che ti circonda in base a quando e come tu la faccia.

I tetti e i colori delle cittadine suburbane inglesi che intravedevo dal finestrino del treno per Londra erano così rassicuranti, bianche casette dai tetti morbidi e marroni, basse palazzine di mattoni rossastri come collante di un cielo grigio che non rattrista, ma ti sfida ad uscire in strada per chissà quale nuova avventura, stremata e quasi allucinata dalla conformazione architettonica del territorio, di colpo, ero arrivata a Londra.

Tempo di lanciare le valigie sul primo cab disponibile, ero già stata travolta dalla corrente londinese, lasciando al riposo solo un piccolo spazio di necessità fisiche, fin dal primo giorno mi sono catapultata in mezzo alle persone per le vie dello shopping, lasciandomi ispirare da quella folla veloce ma sempre ordinata che deve raggiungere un qualche posto per fare qualcosa.

Ecco, di mio, dovevo andare a Fulham, dall’amica che aveva tutti i miei inviti per le sfilate, presentazioni ed eventi, perché al British Fashion Council serve un indirizzo a Londra per poter recapitare gli inviti visto che non effettuano spedizioni internazionali per la stampa, così senza internet sul telefono e rimediando wifi in giro per caffetterie sono arrivata da lei, che mi consegna questo pacco di “impegni” nei giorni a seguire. 

Finalmente a letto, decido con la mia assistente il piano per il giorno dopo, una fittissima agenda di posti che avrei visto e cose che avrei fatto in giro per Londra… bello sì, questo aiutava a sentirmi meno provinciale di quello che sembriamo agli occhi dei londinesi, ma non c’è preparazione per il continuo rimbalzare da un posto all’altro con metro e taxi come se Londra fosse un gigantesco flipper anni 80.

Vestita e in smania per il primo giorno di fashion week mi sveglio presto e ben riposata, non c’è posto per la stanchezza o per quella mezz’ora in più nel letto e appena arrivata davanti al Brewer Street Car Park capisco perché: fotografi, giornalisti e blogger da tutto il mondo sono lì, in attesa di uno scatto, da entrambe le parti dell’obbiettivo, è subito foto mania; immersa tra i fogli della cartella stampa appena ritirata, pass lucente alla mano, con il quale vivrò in simbiosi per i prossimi giorni, mi affretto a salire in sala stampa curiosa di vedere com’è.

Già l’aver ricavato la sede per la fashion week all’interno di quello che durante il resto dell’anno è un parcheggio da l’idea di come possa essere interpretato il concetto di “moda” in Inghilterra, la location, completamente trasformata per l’occasione con strutture in cartongesso è sviluppata su tre piani nel cuore di Soho. Al al terzo piano si parte con una vip lounge e uno spazio dove poter assistere a presentazioni; al secondo piano sala stampa, caffetteria, corners dei brand rappresentati dal BFC, make up e hair style, dove ogni giorno mi recavo per una remise en forme prima dei party serali; al primo piano infine una struttura dedicata interamente ai servizi igienici, anche quelli puliti e impeccabili come potete immaginare.

La gente, un tripudio di mix, ispirazioni e colori, tanti colori che davano vita a una policromia vitale della quale facevo parte e nella quale mi trovavo a mo agio, in perfetta sintonia con quella creatività allo stato puro, anche mentre pensavo solo al prossimo appuntamento al quale ero in ritardo.

La puntualità inglese o anche solo quella professionale che si richiede in qualsiasi altro ambito lavorativo durante le fashion week non è sempre richiesta, perché per motivi organizzativi a volte, le sfilate sono un po’ in ritardo rispetto l’orario previsto, e proprio grazie a questi ritardi un momento prima ero alla presentazione di Edeline Lee e un secondo dopo mi si avvistava alla sfilata di Fyodor Golan. Spostarsi da una zona all’altra di Londra in meno di mezz’ora era impossibile. La fretta e gli orari improvvisamente erano diventati i miei nemici, le corse contro il tempo la normalità. 

Come la campanella dell’ultimo giro al pub rattristava gli avventori, il suono delle parole della mia assistente invece mi rincuorano, quando mi avvisa che prossimo sarebbe stato l’ultimo appuntamento, che solitamente, era un after party in qualche locale, tipo il “Mode” a Nothing Hill o la festa di JF London nella piscina coperta dell’Haymarket Hotel.

La stanchezza fisica stava vincendo, i pasti frugali fatti di “Proper Corn” i popcorn ufficiali della LFW, anche con i mille gusti differenti non erano certo fonte di energia sufficiente, finché il clima festaiolo dei party non ci travolgeva e ci veniva in aiuto salvandoci, riattivavo le energie come se nulla fosse, la stanchezza era solo un ricordo lontano, ci lanciavamo in brillanti serate fatte di fashion, bollicine, e paparazzi.

Quando i riflettori si spegnevano, la bolla di sapone svaniva ed ecco qui l’effimero, che si manifestava lasciando che la stanchezza mi ricadesse addosso tutta insieme: affamate, con la mente annebbiata dal mal di testa e vesciche ai piedi, ci fermavamo per cenare in qualche pub con gli amici londinesi, sul tardi, d’altronde non avremmo mai avuto tempo di fermarci a pranzare o cenare prima, quindi andavamo avanti così, prima di tornare a casa per scaricare le foto, aggiornare i social e in attesa di programmare un’altra giornata. 

Spengo la luce, mi metto a dormire, davanti a me giorni e giorni di fashion week, che sono solo cinque a Londra ma sembrano quindici. Nei giorni seguenti, ormai ho preso il ritmo, mi oriento per le location e fatto amicizia con lo staff e mi sento più rilassata. 

Ancora inconsapevole che avrei perso un aereo e rischiato di perderne un secondo, una tendinite alla gamba avrebbe cercando di costringermi a letto e con ancora la MFW davanti. Incredibilmente ce l’ho fatta e sono anche stata pubblicata su saks.com.

Chiara Beltrami

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