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#movie: La Vie en Rose

La vie en rose è un film del 2007 diretto da Olivier Dahan e straordinariamente interpretato da Marion Cotillard che si aggiudica il premio Oscar per aver letteralmente riportato in vita il mito di Èdith Piaf, una delle più eccelse, drammatiche e controverse dive di tutti i tempi. Il film si pregia del trucco miracoloso di Didier Lavergne e Jan Archibald, qui premi Oscar, e degli incredibili costumi di Marit Alen, per tratteggiare alla perfezione sia l’icona che la donna che Edith Piaf è stata: una donna che ha fatto della sua vita un palcoscenico e del palcoscenico la sua vita. Il ritmo narrativo del film è sincopato, singhiozzato, celebrativo ed aulico quanto cupo, crepuscolare. Siamo dentro la mente di una anziana Piaf che tenta strenuamente di ricomporre i confusi tasselli della sua leggenda personale, e così passato, presente e futuro si affastellano in un concerto di chiaroscuri. Così è stata la sua vita in bilico tra luci e ombre, estrema e devota all’arte e all’amore; così era la sua voce, una vibrazione caleidoscopica che si caricava del peso della vita, delle leggiadre rose dell’amore come dei cupi tormenti di un’esistenza malata, eccessiva, sbagliata ma sempre alla strenue ricerca di un altissimo ideale d’amore. Marion Cotillard veste la diva nel pieno del suo stile e del suo splendore, come nel suo decadimento, veste un mistero irraggiungibile: il cuore di quella donna, il segreto di quella divinità dalla voce che sembrava provenire da un lontano Iperuranio. E d’altronde non è forse questo una diva? Un’icona, un simbolo, eterno, lontano, che deve rimanere irraggiungibile, intoccabile… ma che come per magia in una onirica epifania, ogni tanto ci appare, quasi reale, su un palcoscenico a cantare, dietro la pellicola di un film a vibrare d’emozione, per poi svanire nel sogno che l’ha creato. E la donna Èdith Piaf viveva del sogno di se stessa, un sogno che svaniva spesso in amari risvegli, ma che la sua voce fa ancora oggi vibrare d’eternità.

 

Tommaso Cartia

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