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Moda: non chiamatela arte minore

La moda corre sul filo parallelo dell'arte, quando queste si incontrano nascono i migliori lavori. Dal passato al presente, vi presentiamo alcuni tra artisti e designer che hanno cambiato la concezione di opera d'arte.

Le collaborazioni tra artisti e case di moda, per quanto ci piaccia pensarlo, non sono il frutto dei nostri avanguardisti tempi moderni, anzi sono molte nel corso della storia delle maison, le partecipazioni creative di illustratori, pittori, fotografi e creatori, fino ad arrivare a coinvolgere i fautori della tanto discussa arte moderna come la performing art di Marina Abramovic.

Già negli anni '20 la maga del taglio sbieco, Madame Vionnet, si fece disegnare dall'artista futurista Thayaht il celebre peplo greco che divenne il logo della maison. Come non ricordare anche le sensazionali stampe della stravagante e ironica Elsa Schiaparelli, che del mondo dell'arte ne fece per gran parte delle sue creazioni un leitmotiv costante. Insieme a Salvador Dalí creò negli anni '30 i tailleur rifiniti con bocche al posto delle tasche, la borsa telefono e i famosi abiti da sera con enormi aragoste dipinte. Semplicemente geniale fu il cappello-scarpa, geniale tanto quanto la collaborazione con l'artista Leonor Fini che per Schiaparelli creò il flacone del profumo "Shocking".

Personaggio curioso e controverso, Elsa Schiaparelli ha saputo elogiare al massimo il mondo dell'arte tanto che, nel 2012, il MET di New York le dedica un'importante retrospettiva accostandola ad un'altra signora della moda; parliamo di Miuccia Prada, e la mostra è: "Schiaparelli and Prada: Impossible Conversations".

Anche in quei casi in cui c'è stata l'inversione dei ruoli, cioè quando sono stati gli abiti, insieme alle varie creazioni degli stilisti, a mettersi a favore della buona riuscita di uno spettacolo teatrale o cinematografico, il risultato è stato lo stesso, un gemellaggio a favore del successo.

Diversi gli esempi, da Fernanda Gattinoni con gli abiti per "Guerra e Pace", alle calzature di Ferragamo per i film di Hollywood, agli abiti scultura di Roberto Capucci per l'opera classica, e ancora Hubert de Givenchy con il vestito indossato da Audrey Hepburn in "Sabrina" fino ad arrivare a quelli di Armani per "American Gigolò". Gli abiti della designer Rei Kawakubo usati per un'esibizione di ballo al Paris Opera House nel '98 e gli scatti di Tim Walker e Tim Burton, fotografo e regista, che hanno collaborato nel 2008 all'editoriale Tales of the Unexpected, ispirato ai racconti di Roald Dahl, per l'edizione britannica di Vogue.

Quello della moda e dell'arte sembra essere da sempre un percorso parallelo ma non univoco, spesso le menti intellettuali si scontrano, la moda è stata, ed è tuttora, considerata un'arte minore, ma che comunque incontra luoghi solo apparentemente distanti. Per esempio, poco tempo fa un amico regista, ironicamente mi ha detto che gli stilisti "non si inventano mai niente", riferendosi ai pantaloni robotici creati da Nicolas Ghesquière per la maison Balenciaga, che effettivamente sembrano aver preso spunto dall'armatura metallica, indossata da uno dei protagonisti del cartone animato "I cavalieri dello zodiaco".

Le collaborazioni con gli artisti al di fuori del settore moda, hanno conquistato il cuore di molti designer e brand, dall'haute couture, al prêt-à-porter, al fast fashion.

Per la collezione A/I 2014-2015 la griffe Alexander McQueen si era ispirata ai manga giapponesi con stampe che raffigurano un samurai, nate dalla collaborazione con l'artista Yoshiyasu Tamura. Sempre nel 2014 nasce invece la collaborazione, a scopo benefico, tra le costose borse di Céline e l'artista keniota Wangechi Mutu.

Dal 2013 MSGM riporta sui capi di abbigliamento le immagini iconiche, divertenti e colorate del giornale "Toilet Paper" di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, uno artista contemporaneo l'altro fotografo.

Nel 2014 H&M ha addirittura collaborato con il Whitney Museum of Art di New York, che per l'inaugurazione dello store sulla 5th Avenue, ha creato la borsa con la stampa dell'opera "Yellow Balloon Dog" dell'artista Jeff Koons.

Risale al 2015 la sorprendente collaborazione tra Riccardo Tisci (Givenchy) e la performer Marina Abramovic, che l'11 settembre 2015 hanno portato in scena nella Grande Mela lo spettacolo che celebrava i dieci anni della direzione creativa di Tisci per la maison francese, oltre che una grande festa per l'apertura del primo negozio newyorkese del marchio.

Impresa non facile, considerato che in quella data ricorreva il memoriale dell'attentato alle Torri Gemelle. Per l'occasione la Abramovic ha allestito uno show basato sull'amore e allestito una scenografia che suscitasse una dimensione spirituale di rinascita, una sorta di fenice che risorge dalle ceneri, pensando bene che la "performance" sarebbe dovuta essere estremamente emozionante, d'altronde i suoi spettacoli si basano proprio su questo. Per renderlo ancora più vivido, ha deciso di far accompagnare la sfilata con le musiche di sei religioni diverse.

Nel 2016 si affaccia sul mercato Piermau, un brand nuovo nato sotto l'ala creativa di Pier Francesco Gigliotti e Maurizio Modica, già direttori di Frankie Morello. Il marchio segue alcune innovative strategie di business e di organizzazione che vanno incontro alle esigenze del consumatore contemporaneo, che è sempre più legato al digitale. Le linee di abbigliamento saranno infatti vendute esclusivamente tramite l'e-commerce piermauofficial.com, e saranno inoltre caratterizzate dall'esclusività di pezzi unici, limitati e personalizzabili. Contraddistinte dalle collaborazioni di un girone di artisti che creeranno delle collezioni ad hoc, primo fra tutti il foto-artista Mustafa Sabbagh.

In altri casi invece è la stessa moda a diventare arte come l'esposizione permanente del Prada Marfa, situato sulla Higway 90 nel bel mezzo del deserto texano, nato grazie alla collaborazione artistica del duo Elmgreen e Dragset.

Ma comunque, al di là della moda custodita nei musei, e quindi dell'abito come opera d'arte, che non è poi un concetto totalmente nuovo come poteva esserlo nel 1973 quando Diana Vreeland, allora reduce dalla direzione di Vogue America, si dimette per prendere le redini del Metropolitan Museum di New York. Oggi queste collaborazioni danno una visione tutta nuova di quella che può essere un'opera d'arte.

Alessandro Iacolucci

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