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Ascolta il tuo cuore, città. MILANO FASHION WEEK

Ascolta il tuo cuore, città” scriveva Alberto Savinio, scrittore e artista italiano della prima metà del secolo scorso, rivolgendosi a me, città inquieta e vivace.

 

Sono la capitale italiana dell’industria e del design, tra le quattro potenze urbane della moda a livello globale, eppure non sono capitale nazionale, perché essa è lì tra il Colosseo e i Fori. Sono la città di Milano, dove c’è nebbia perché non c’è vento e il calore delle strade sale rendendo il centro un nido protetto, lontano dalle umide campagne circostanti. Sono la realtà che non riposa mai, che vive per produrre, che nasconde i suoi eccessi sotto completi a doppio petto, che beve per ricordare.

Da poco le mie vie, i marciapiedi e le fermate dei tram si sono spogliate del circo della Fashion Week, attraversato da personaggi illustri, grandi menti creative, bellezze statuarie e tutta la frenesia di chi ha fatto della moda la sua vita. Sette giorni in cui la moda non è solo sulle passerelle, ma anche per strada, appena fuori le grandi sale targate dai grandi nomi del prèt à porter. Colori stravaganti, moderni capi firmati e vintage, sovrapposizioni e mixage di stili per uno street style che mescola lo sport all’haute couture, l’identità alla maschera. La cura del dettaglio è scrupolosa, la ricerca del pezzo unico quasi maniacale, l’abbinamento per fantasie e tonalità avviene esclusivamente per gusto personale, perché l’abito fa assolutamente il monaco. Riesco ancora a sentire il ticchettio dei tacchi a spillo dagli androni d’ingresso sino al posto a sedere tra le file delle sedute, il fruscio impercettibile delle gambe incrociate e poi il buoi prima del grande show.

Ho visto la genesi della femminilità del prossimo autunno/inverno attraverso i disegni e le idee degli stilisti e il lavoro fino a tardi delle sarte tra le mura dei laboratori. Brand di alto calibro si sono misurati con la stampa, i buyer e i curiosi, proponendo la loro donna e il loro know how. Gucci, capitanato dal nuovo direttore creativo, ha giocato sull’androginia per una moda anni Settanta, accostandosi al iconico immaginario maschile di Giorgio Armani, che ha proposto anche per questa collezione una moda portabile, ma arricchita da ricami variopinti. Dai contorni rock è stata la moda di Fausto Puglisi, con la sua ispirazione monarchica e punk per capi da gladiatrice urbana, e la donna “guerriera” di Philipp Plein interamente coperta di pelle e pelliccia black & white.

Il patch work ha caratterizzato le collezione di Just Cavalli, con look stravaganti e ricche pellicce, e di Etro, dove stampe e lavorazioni d’ispirazioni klimtiane virano dalle tinte calde dell’oro a quelle fredde del blu. Stravagante e pop è stata la femminilità di Versace, stretta in lattex dai colori sgargianti e coperta di stampe all over di gusto ellenizzante, e quella color block di Moschino, che accosta il glamour al mondo cartoon dei Looney Tones. 

Fendi ha fatto propri il mixage di materiali e l’incontro tra arte e artigianato dell’artista Sophie Tauber, Roberto Cavalli ha filtrato attraverso i suoi personali canoni estetici alcuni elementi tipici della cultura cinese, come i dragoni stampati su seta o le fantasie dei vasi Ming, Emilio Pucci si è rifatto alla realtà gipsy con frange e ricami di stelle e lune, presentando tutti una moda di rilettura e di reinterpretazione, anche se con risultati ben distanti tra loro.

La pelle è stata il materiale principe della futura stagione, caratterizzando le collezioni di Salvatore Ferragamo, dalla grande quantità di materiali e dai grafismi nella triade del rosso, del bianco e del nero, di Trussardi, con la sua donna gotica e futuristica in tuta da lavoro, e di Tod’s, per una femminilità classica, casual e ricercata. Esempi fuori dal coro, sono state le passerelle di Alberta Ferretti, che ha plasmato una regina delle nevi vittoriana, impreziosita da damaschi e leggerezze lavorate, e quella sempre affascinante e concettuale di Prada, che per questa stagione si veste di colori pastello e linee bon ton.

 

Così ho visto la Fashion Week prendere forma, esplodere in tutta la sua bellezza e chiudersi tra gli applausi e le foto delle riviste patinate, lasciando un senso di euforia e malinconia e la voglia di fare ancora meglio la prossima volta. Eppure la vita continua, in fondo sono la città che non dorme mai.

Ilaria De Leonardis 

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