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Il gioco degli opposti fra moda e avanguardia

Nel fashion system emergere è sinonimo di sfondare? Le novità nel mondo della moda danno vita a correnti di pensiero e avanguardie, ma possono davvero essere definite tali?

Per avanguardia si intende un movimento che sperimenta nuovi stili e nuove forme, spesso in contrapposizione con la tradizione. La moda è un settore in continuo sviluppo. I cambiamenti sono all'ordine del giorno e l'innovazione è spesso il fattore che determina la fama di uno stilista, di un brand o semplicemente di un concetto.

Parlando di avanguardie, di artisti fuori dagli schemi, all'interno del mondo della moda subito balenano alla mente nomi come Rei Kawakubo, Yohji Yamamoto, Issey Miyake, oppure membri dei cosiddetti Antwerp Six, un movimento nato durante gli anni 80 che aveva come proposito quello di lanciare una rivoluzione nel campo della moda, fra i quali possiamo menzionare Dries Van Noten o Ann Demeulemeester, che hanno poi ispirato altri noti stilisti del calibro di Rick Owens e Raf Simons.

Ciò che accomuna questi designer, diversi fra loro per ambiente e background artistico, è il pensiero che riversano nelle loro creazioni.

Per quanto li riguarda l'avanguardia è rintracciabile sia nell'approccio nei confronti dei materiali e delle forme (Miyake è famoso per il riutilizzo dei materiali di scarto, Yamamoto e Kawakubo maestri dei tagli asimmetrici, Van Noten utilizzatore di materiali tecnologici innovativi), sia nella comunicazione fra brand e pubblico. Tutti loro infatti hanno mantenuto una produzione limitata dei capi e hanno cercato di rimanere piccoli ma indipendenti. Un esempio ci è offerto da Dries Van Noten che non fa uso della pubblicità per promuovere i suoi capi. Secondo la mentalità della maggior parte di questi stilisti l'elemento principale della moda è quello di essere accessibile, la caratteristica principale dei capi deve essere la portabilità, motivo per cui tanti di loro rifiutano di ideare abiti di Haute Couture, non concependo la creazione di collezioni non indossabili dalle persone nel quotidiano e andando contro una tradizione, quasi una legge, ormai consolidata nel mondo del fashion. I pochi che si sono messi alla prova con la Couture hanno comunque cercato di tener fede alla propria filosofia. La semplicità è dunque opposta al lusso, l'anonimato opposto alla cultura del logo, il concetto di fondo diventa quello che non ci debba essere un'idea dietro ad un capo, ma debba essere colui che lo indossa a definirlo.

I dubbi sorgono spontanei. Se la parola d'ordine degli ultimi anni è sperimentazione, accompagnata da un ampio consenso popolare, può l'avanguardia diventare la regola, surclassando la tradizione offerta da marchi ormai noti e illustri? E soprattutto, quella proposta dai designer sopraelencati può essere considerata vera avanguardia o semplice strumento per arrivare agli occhi e al cuore delle persone? È un dato di fatto che, come un fiore attira un'ape, una novità attrae indipendentemente dal fatto che a posteriori sarà giudicata buona o meno, crea attorno a sè un alone di mistero che aumenta la desiderabilità. La novità attira il consumatore, lo invoglia ad essere partecipe di un inevitabile ed imminente cambiamento. In questo caso poi, la scelta di avvicinarsi al mondo del consumatore crea una sorta di rapporto fra l'acquirente e il designer che è poco probabile se si pensa ai numerosi brand più famosi del settore. Se da un lato però la novità attrae ed eccita, dall'altro spaventa, poiché spazza via repentinamente tutto ciò che è stato costruito fino a quel momento, annientando certezze e dando l'opportunità di venire a contatto con elementi nuovi, mai ipotizzati e tanto meno mai sperimentati. Crea uno spaesamento generale che rischia di creare l'effetto contrario rispetto a quello voluto, ovvero di allontanare.

È importante ricordare però che questi designer che hanno scelto di seguire una strada che si discosta molto dai canoni della tradizione, allo stesso tempo hanno reso loro stessi noti agli occhi del pubblico internazionale attraverso delle collaborazioni commerciali. Come non ricordare ad esempio quella di Raf Simons con Adidas, dove lo stilista personalizza classici della tradizione come le famose Stan Smith, o la nascita delle seconde linee legate al brand Comme des Garçons di Rei Kawakubo, con tanto di capsule collection con H&M. Facendo ciò, discostandosi dalla loro filosofia, che segue la regola del poco ma buono, e sicuramente lontana da quella di brand che puntano su nomi, etichette e pubblicità di vario genere, questi avanguardisti rischiano di rendere vano il loro desiderio di cambiamento e di cercare di porsi al posto della tradizione, diventando loro stessi nuova tradizione. Alcuni di questi designer proseguono la loro campagna contro la tradizione, altri invece, come Margiela che dal 2002 ha ceduto il suo marchio, sembra abbiano intrapreso altre vie creative.

Se il successo, o per lo meno la fama internazionale, sono giunti avvicinandosi maggiormente alla filosofia dei brand maggiormente noti al mondo, sorge il dubbio che loro stessi si siano resi conto che in fondo è il mercato a decretare il successo mondiale e subito balena alla mente il pensiero che il mondo non sia ancora pronto per un cambiamento così radicale. Nell'ambiente della moda vale la legge dell'ubi maior minor cessat, proprio per questo motivo la vera avanguardia può consistere solo nel mantenere saldi i propri valori, senza scendere a compromessi per fama e visibilità.

Giulia Porceddu

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