• Fashion

Turning Tables part. 2

I cambiamenti nella moda continuano verso l'unificazione tra uomo e donna, la vendita diretta e nuovi posti a sedere nel tavolo degli art director.

Le carte sul tavolo del fashion system si muovono ancora, dando vita ad un nuovo capitolo di quello che sembra un fenomeno in incessante aumento. Il cambiamento, infatti, si è trasformato in una grossa mucca da mungere e da cui sempre più brand desiderano attingere.

È questo il caso di Burberry, che da settembre 2016 diminuirà le proprie sfilate da quattro (due donna e due uomo, ndr) a solamente due, presentandole durante il womenswear della London Fashion Week. Dopo il raggruppamento dell'intero portafoglio brand sotto lo stesso nome, il designer Christopher Bailey fonde la moda uomo e quella donna all'interno dello stesso show, al fine di modificare anche il ciclo di vendite. Infatti, la collezione sarà acquistabile subito dopo il défilé sia online che presso le boutique in modo da accorciare il divario tra marchio e consumatore, tra visione della collezione ed esperienza diretta.

Come se non bastasse, Burberry annulla anche la stagionalità delle collezioni, denominandole semplicemente February e September al fine di abbracciare una clientela ancora più globale ed eterogenea. Una mossa che ha toccato anche Tom Ford e rivolta ad un consumatore che, come abbiamo già visto, è talmente sovrastimolato da non accettare più di aspettare sei mesi per acquistare una collezione; vuole comprarla adesso per metterla subito.

Passo azzardato ma strategico, che ha coinvolto anche altri marchi a livello internazionale. Primo tra questi Vetements, brand francese capitanato da Demna Gvasalia, che ha deciso di unire uomo e donna su di un'unica passerella sia per dare la massima libertà di scelta al cliente, sia per accorciare i tempi di lavoro e quindi un considerevole vantaggio per l'azienda e i vari addetti ai lavori. Inoltre, la presentazione della collezione non rispetterà i consueti calendari, sfilando a Gennaio, lontano dal tran tran della Fashion Week parigina e lasciando così maggior spazio alle possibilità di vendita della collezione principale, prima mangiata dalla pre-collezione e presente nei negozi solo per quattro settimane.

Questa riflessione, quanto mai oculata, ha convinto anche Paul Smith che per le prossime stagioni fonderà i sessi delle collezioni sia per la linea principale che per quella secondaria, mettendole a disposizione degli store a caduta trimestrale. Tra le sue motivazioni lo stilista ha però aggiunto un altro fattore rilevante, ossia l'odierno eccesso di offerta non necessaria, che ha divorato la macchina produttiva e confuso il consumatore. Naturalmente anche la sua mossa guarda alla fluidità di genere degli ultimi tempi, a come entrambi i sessi si siano avvicinati tanto da desiderare abiti declinati nelle stesse palette cromatiche, le stesse silhouette, lo stesso sapore. Eppure le sfilate del marchio resteranno separate, uomo a Parigi e donna a Londra, per via del pubblico comunque differente e specifico rispetto ai sessi.

In molti parlano di queste variazioni di rotta come cambiamenti necessari, lungimiranti e quanto mai giustificati, ma è inutile dire che vanno a spostare di parecchio il centro gravitazionale del mondo moda. Uno spostamento che ha inoltre coinvolto i direttori creativi di numerosi brand di lusso, portando addirittura a veri e propri "fashion-mournings" (lutti, ndr) e alla mobilitazione in strada.

Parlo ovviamente delle voci che vedrebbero Hedi Slimane lasciare Saint Laurent dopo anni di onorato servizio e scrupolosa inventiva. Resterà negli annali, a prescindere, la maestria con cui ha saputo reinventare lo stile di uno degli stilisti più grandi della storia e di come abbia reso il look rock-chic e androgino un irrinunciabile must-have. Questa triste, ipotetica prospettiva farebbe seguito all'abbandono di Zegna da parte di Stefano Pilati e di Berluti da parte di Alessandro Sartori. Anche qui parliamo di risvolti utili e magari necessari sia per il lavoro del designer in questione, che si trova così a fronteggiare sempre nuove sfide stilistiche, sia per il singolo marchio che può modificarsi e risultare sempre attraente per un pubblico esigente.

L'arrivo di un nuovo direttore creativo resta, però, anche un rischio economico e una considerevole spesa per l'azienda in questione, di cui si vedranno i profitti solo dopo aver investito tempo, forza-lavoro e ingenti somme di denaro. Abbiamo visto come un designer possa dare una vita completamente nuova al brand, aumentare la sua equity e il fatturato, o al contrario diventare una breve meteora dai connotati imprecisi. Resta il fatto che tutto, dall'uomo e la donna raccolti nelle stesse collezioni ai continui cambi di poltrona, si raggruppa sotto alla piramide del consumatore moderno, che non desidera ma pretende, non guarda ma vuole, che si è spogliato di ogni dogma ed esige novità.

Siamo certi che questo non sarà l'ultimo capitolo.

Ilaria De Leonardis

SUGGESTED ARTICLES

"To have or not to have"

I dieci pezzi must-have e low-cost per questo autunno secondo LICHT Magazine

Read more

Nicola Formichetti: think outside the box

Nicola Formichetti: think outside the box

Stylist, art director e fashion editor di origini giapponesi/italiane, il creativo veste personaggi come Lady Gaga e vanta collaborazioni da capogiro.

Read more

Questo sito raccoglie dati statistici anonimi sulla navigazione, mediante cookie installati da terze parti autorizzate, rispettando la privacy dei tuoi dati personali e secondo le norme previste dalla legge. Continuando a navigare su questo sito accetti il servizio e gli stessi cookie.